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Quando la cura fa male: errore medico e diritto al risarcimento per malasanità

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Ci si affida a un medico o a una struttura sanitaria con fiducia. Si entra in un ospedale o in uno studio sperando di uscirne meglio di prima. Quando invece si esce peggio — o quando le conseguenze di una cura sbagliata si manifestano dopo settimane, mesi, anni — la disorientamento è totale.

Cosa si può fare? A chi ci si rivolge? Esiste davvero un diritto al risarcimento, e come si ottiene?

Cos’è un errore medico

Un errore medico — o malasanità — è una condotta del professionista sanitario o della struttura che non rispetta gli standard di cura previsti, causando un danno al paziente. Non basta che una cura non abbia funzionato: le complicanze fanno parte della medicina, e non ogni esito negativo è colpa di qualcuno.

Perché si possa parlare di errore medico, devono ricorrere tre elementi: una condotta colpevole (negligenza, imprudenza o imperizia), un danno concreto, e un nesso di causalità tra i due ovvero la prova che quel danno non si sarebbe verificato se il professionista avesse agito correttamente.

Le tipologie più frequenti riguardano diagnosi errate o tardive, trattamenti inadeguati, interventi chirurgici eseguiti male, errori nella somministrazione di farmaci, e comunicazioni scorrette tra i professionisti che seguono lo stesso paziente.

In cosa consiste il risarcimento?

Chi subisce un danno a causa di un errore medico ha diritto a un risarcimento che comprende diverse voci.

Il danno biologico è la lesione alla salute in senso fisico e psichico, e viene calcolato in base alle tabelle del Tribunale di Milano, riconosciute dalla Cassazione come riferimento principale per questi casi.

A questo si aggiunge il danno patrimoniale, che comprende le spese mediche sostenute per rimediare all’errore, le terapie aggiuntive, e la perdita di reddito nei casi in cui il paziente non sia stato in grado di lavorare.

Infine ci sono il danno morale e quello esistenziale, che riguardano la sofferenza psicologica e il peggioramento della qualità della vita — dimensioni spesso sottovalutate ma che la legge riconosce e tutela.

In caso di decesso, anche i familiari hanno diritto al risarcimento, sia per i danni subiti dalla vittima sia per quelli subiti in proprio.

Chi risponde dell’errore: il medico o la struttura

Una delle domande più frequenti è questa: la richiesta va fatta al singolo medico o all’ospedale?

In linea generale, entrambi possono essere chiamati a rispondere. La struttura sanitaria — pubblica o privata — risponde delle azioni dei propri professionisti, anche quando questi operano in regime di intramoenia. Il paziente può quindi scegliere a chi rivolgere la propria richiesta.

Se il medico opera come libero professionista con un rapporto contrattuale diretto con il paziente, risponde in modo analogo a una struttura. In tutti i casi, i professionisti sanitari e le strutture sono oggi obbligati per legge a stipulare un’assicurazione per la responsabilità civile — una tutela introdotta dalla cosiddetta Legge Gelli del 2017, che ha riformato in modo significativo l’intera materia.

I tempi di prescrizione: non aspettare troppo

La legge fissa termini precisi entro cui è possibile avanzare la richiesta di risarcimento.

Se ci si rivolge a una struttura sanitaria — pubblica o privata — il termine è di dieci anni dalla scoperta del danno. Lo stesso vale per il medico scelto direttamente dal paziente. Se invece il danno è causato da un medico dipendente di una struttura pubblica, il termine si riduce a cinque anni, perché si applica la responsabilità extracontrattuale.

Il punto di partenza del conteggio non è sempre la data dell’intervento o della visita: è il momento in cui il paziente era ragionevolmente in grado di ricollegare il danno all’errore medico. Questo può fare una differenza importante nei casi in cui le conseguenze si manifestano in ritardo.

Il ruolo fondamentale della documentazione

Nessuna richiesta di risarcimento può andare avanti senza prove. La documentazione è il punto di partenza di tutto.

Cartelle cliniche, referti, esami diagnostici, prescrizioni, lettere di dimissione: ogni documento che attesti cosa è stato fatto, quando e da chi è prezioso. Allo stesso modo, è utile conservare le ricevute delle spese sostenute, i certificati medici relativi all’assenza dal lavoro e qualsiasi comunicazione con la struttura o il professionista.

Richiedere la cartella clinica completa è un diritto del paziente, e va fatto il prima possibile. Le strutture sanitarie sono obbligate a consegnarla entro trenta giorni dalla richiesta. Anche quando la documentazione è completa, dimostrare che un errore è stato commesso richiede competenze tecniche specifiche. È qui che entra in gioco la perizia medico-legale.

Un medico legale indipendente analizza il caso, confronta la condotta del professionista con gli standard previsti dalle linee guida e valuta l’entità del danno biologico. Questa valutazione è la base su cui si costruisce l’intera richiesta di risarcimento.

Una perizia ben fatta può fare la differenza tra ottenere un risarcimento adeguato e accettare un’offerta al ribasso. Una perizia approssimativa, al contrario, rischia di sottostimare il danno e compromettere il risultato.

Cosa fare concretamente se si sospetta un errore medico

Il primo passo è non agire d’impulso. Firmare documenti, accettare offerte o rispondere a comunicazioni della struttura senza avere un quadro chiaro della situazione può complicare tutto. Il secondo è raccogliere tutta la documentazione disponibile e richiedere la cartella clinica completa. Il terzo — e più importante — è affidarsi a professionisti con esperienza specifica in responsabilità medica, che sappiano valutare il caso dal punto di vista clinico e gestire ogni fase della procedura, dalla trattativa stragiudiziale all’eventuale azione legale.

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